Territorio e Storia

Superficie: Kmq 7,90
Altitudine: m 551 (capoluogo)
Altezza minima: 498 m
Altezza massima: 1.681 m
Distanza da Torino: km 53
Densità: 80 abitanti 

Il Comune, ubicato nella bassa val Chisone di fronte a Pinasca, a cui fu annesso dal 1928 al 1947, si snoda interamente sulla destra orografica del Chisone, occupando un ampio pianoro nel fondovalle e il versante a bacìo. Il territorio, di proporzioni ridotte e prevalentemente montano, è coperto da castagneti e faggeti: comprende però numerose borgate, alcune delle quali sono allineate nel fondovalle lungo la Strada Provinciale, mentre tutte le altre si distendono a ventaglio sulle propaggini circostanti.

Il borgo primitivo, di cui si conoscono scarse notizie, si è ampliato durante le guerre di religione che, a causa dell'intolleranza delle autorità francesi regnanti sulla sponda sinistra della val Perosa, costrinsero la popolazione valdese a trasferirsi sulla sponda destra, che fu invece prevalentemente sabauda. In seguito alla revoca dell'Editto di Nantes (1685) le comunità valdesi furono costrette ad emigrare all'estero, sicché il territorio d'Inverso fu dato in affitto al conte Giliberto di S. Martino. Seguendo il filo della storia, dopo il rimpatrio delle popolazioni valdesi, attorno al '700, l'attuale territorio di Inverso era diviso in due Comuni: Inverso e Chianaviere, che dal 1704 al 1708 fecero parte, insieme alla val S. Martino, della Repubblica del sale, una zona franca voluta da Luigi XIV. Poi, per cause non note, Chianaviere si uni al Comune di Inverso e per festeggiare l'evento furono serviti degli enormi fagioli, i fataccou, i fagioli di Spagna, e quest'appellativo sono rimasto tuttora agli Inversini.

Nella seconda metà del 1800 il paese ebbe un periodo di particolare operosità e notorietà dovute al ritrovamento di alcuni filoni di grafite nelle località Don, Peyrot, Valentin e Vivian (miniere di Gran Roccia, Combaviola, Peyrotti, Masseilotti), la cui coltivazione cessò alle soglie della seconda guerra mondiale e di cui rimangono ancora alcuni imbocchi di gallerie nascosti dalla vegetazione; nel 1944 il territorio comunale divenne rifugio di molti partigiani, fu testimone di alcuni fatti espressivi e fu teatro di massicce rappresaglie da parte delle milizie tedesche che incendiarono i villaggi di Clot, Masseilot, Peyrot, Reynaud e Serre, posti sulle alture dove i partigiani solevano rifugiarsi.

Ora nella zona esistono alcune piccole ditte artigianali di lavorazione del legno e del marmo. È presente un'unica Parrocchia, dedicata a S. Francesco da Sales, ubicata nella borgata Clot, dove ha anche sede la Scuola elementare.

Il Comune dal 1990 è gemellato con L'Argentière La Bessée, un paesino nelle Hautes Alpes che, come Inverso Pinasca, in passato aveva sul suo territorio importanti miniere: in questo caso di argento, come indica il nome stesso.

Lo Stemma

Occupiamoci della storia del nostro Comune, o meglio della Val Perosa, come erano chiamati questi luoghi nell'antichità, tenendo conto che non si può scindere la storia locale con la storia dei Valdesi, essendo stati la maggioranza della popolazione per diversi secoli. Questi scritti sono tratti dai seguenti libri: "Pomaretto in val Perosa vol I" di Guido Baret, "Storia dei Valdesi/2" di Augusto Armand Hugon.

 

LE ORIGINI

Le valli Chisone e Germanasca erano certamente popolate sin dall'epoca preistorica e i valichi erano praticati ben prima dell'epoca romana, ma le prime notizie, anche se scarse, sulla loro storia, risalgono all'epoca romana, quando il territorio era abitato da popolazioni celtiche, tribù di barbari, nuclei di genti indigene composte di agricoltori, cacciatori e guerrieri che si fusero progressivamente in un unico popolo. Ci sono diversi siti di iscrizioni rupestri: a Pramollo, e nel Comune di Roure, a testimoniare la presenza dei nostri antenati preistorici.
La tradizione vuole che i più antichi abitatori delle nostre valli siano stati i Magelli, tribù d'origine Ligure, di questi è rimasta traccia nei cognomi Massel, Masseilot e forse nei nomi di località, Macello, Massello, Masselli.
La prima dinastia piemontese che la storia ricorda è quella dei Cozii, n'era signore un certo Donno della tribù dei Segovii, e successivamente suo figlio Cozio. Il loro regno si estendeva dal Moncenisio al Monginevro fino al borgo di Fìnìs Terrae (Fenestrelle). Essi si allearono coi Romani in cambio di un sicuro transito verso la Gallia.
Una leggenda attribuisce un antico ponte a Dubbione di Pinasca, quasi sicuramente d'epoca medioevale, al cartaginese Annibale, che attraversò le Alpi con i suoi elefanti nel 218 a.c., ma su quest'episodio esistono varie interpretazioni, e gli esperti non hanno ancora sciolto il nodo riguardante la valle da questi attraversata.
Nel 77 a.c. valicò le Alpi, Pompeo, ma anche in questo caso non si conosce la valle attraversata, nel 61 e nel 58 sempre a. c. fu poi la volta di Giulio Cesare.
Dapprima queste terre ebbero cittadinanza romana, poi Cozio I divenne prefetto e il suo regno, ben delimitato, divenne Provincia romana; Cozio II fu eletto re durante l'Impero di Claudio, infine estintasi la dinastia alpina, il territorio fu definitivamente annesso a Roma durante l'impero di Nerone.
Fenestrelle divenne un importante presidio militare ed una stazione commerciale alle porte della Gallia, a quel tempo il valico più importante era il Monginevro, e qualche collegamento avveniva anche attraverso il col d'Abriès. Pochissime sono le tracce dell'epoca Romana, qualche moneta ed il tracciato delle strade aperte dai romani. Il documento più significativo è la stele funeraria di Manlio Titioni e del suo commilitone Vibio, di epoca Augustea, eseguita in pietra locale e rinvenuta nel territorio di Villar Perosa, che reca questa epigrafe: V (RVUS) F (ECII) Vaiitis TITIONI, S. SIBI ET VIBIO FRATW MILIN.
Il reperto, ritrovato negli anni '30 si trova attualmente nel Museo Storico Valdese di Torre Pellice. Rimangono alcuni toponimi di origine latina: Portae (Porte), Petra Sextaria (Sestriere), Finis Terrae (Fenestrelle), altri di origine celtica come Bric (Collina) Coumbo (Comba). Di origine Ligure è il suffisso "asc" Pinasca, Germanasca.
Ancora più oscuro il successivo periodo delle invasioni barbariche e dell'epoca di Carlo Magno.
Molti episodi sono infatti avvolti nella leggenda riguardo alla diffusione del Cristianesimo o al passaggio di santi o apostoli; ad esempio il passaggio nelle nostre valli Martino vescovo di Tours, da cui prende nome una borgata dell'attuale Comune di Perrero e il nome dell'intera val Germanasca. La tradizione ascrive al 505 il primo segnale certo della fede cristiana: si tratta di una vasca battesimale di Pourrières, ora trasformata in pila per l'acqua benedetta, che reca incisa sulla pietra questa data ed una croce.
In quel periodo, V-VI secolo, dopo i saccheggi dei barbari, le valli facevano parte del territorio amministrato da Sisige della tribù dei Goti, poi passato coi Bizantini col nome di Sisinnio. Intorno al VI secolo cominciò la penetrazione di popolazioni provenzali, che introdussero la lingua e la cultura d'oc, seguirono le invasioni Longobarde. Questo popolo divise il Piemonte in quattro ducati: Torino, Asti, Ivrea e S.Giulio d'Orta. I Longobardi furono cacciati dai Franchi, che avevano invaso l'Italia nel 773, Carlo Magno divenne signore delle Alpi Cozie e nacque la contea di Torino che comprendeva le nostre valli.
Dissoltosi l'impero di Carlo Magno, si formarono regni e marchesati indipendenti ancora deboli per affrontare le invasioni distruttrici degli Ungari e dei Saraceni.
Probabile che furono loro ad iniziare la coltivazione del grano saraceno (Granet); rimangono tracce del loro passaggio in alcuni toponimi, forse la borgata Selvaggio, Saret dei Sarasin, Rocca Morella, Ville Cloze, Punta Saracina, ed in diversi cognomi: Maurin, Morel. Ricordiamo inoltre il cognome Sarrasin, nonché il fantoccio Saracino, un personaggio di un ballo popolare a Finestrelle (lou bal da Sabbre) eseguito dal gruppo degli Spadonari di Finestrelle. Nella seconda metà del 900 diventa signore della contea di Torino e di Auriate (Saluzzese e Cuneese) Arduino III con capitale Susa.
Pronipote di Arduino III è la contessa Adelaide che fonda nel 1064 l'Abbazia di Santa Maria ad Abbadia Alpina con tutti i diritti feudali sulla Val Perosa e Val San Martino. Essa aveva sposato Oddone di Savoia, figlio di Umberto Biancamano.
E' attraverso questo matrimonio che i Savoia posero le basi del loro dominio in Piemonte.
Il periodo che va dal 1000 al 1300 è caratterizzato dal feudalesimo. La libertà personale era assai limitata, difatti negli atti di compravendita dei terreni, non erano solo indicati i confini degli appezzamenti, ma erano comprese anche le famiglie legate al fondo. Il periodo feudale si concluse con l'affrancamento dall'Abbazia in cambio di una somma in denaro di 12.000 scudi d'oro.
Questa transazione fu successivamente approvata e omologata dal Duca di Savoia Carlo Emanuele I il 7 febbraio 1586 e dal Pontefice Sisto V con bolla del 30 aprile 1587.

LA NASCITA DEL COMUNE

Nel 1630 avvennero diversi fatti che contribuirono a cambiare la storia nelle nostre valli: Vittorio Amedeo I di Savoia succedeva al padre Carlo Emanuele in un periodo assai agitato dalla "guerra dei trent'anni" (1618 - 1648), il 14 aprile a Pinerolo scoppiava l'epidemia della peste, tanto ben raccontata dal Manzoni nei "Promessi sposi", Pinerolo fu ceduto alla Francia assieme a tutta la riva sinistra del Chisone della val Perosa, essendo già francese la val Pragelato; l'erario dissanguato dalle guerre, lo stato occupato da truppe straniere e la peste, furono realtà troppo grandi per un sovrano senza polso e capacità.
Il suo regno fu comunque assai breve, difatti morì nel 1637 ed essendo il figlio Carlo Emanuele II minorenne, assunse la reggenza la moglie Cristina, sorella del Re di Francia Luigi XIII, ben presto chiamata Madama Reale, la quale era ambiziosa e dissoluta, logicamente filofrancese ed in antagonismo con i cognati Maurizio e Tommaso essi a favore degli Spagnoli.
Il Piemonte fu diviso in due partiti con invasioni, saccheggi e distruzioni, interrotte nel 1642 con un accordo che permise a Cristina di mantenere il potere anche dopo il 1648 quando il figlio Carlo Emanuele II, dichiarato maggiorenne, assunse ufficialmente, seppur non praticamente il governo ducale.
Per quanto riguarda la peste, essa imperversò nelle nostre valli seminando migliaia di vittime.
Secondo il Gilles, che fu testimone della vicenda, il contagio portato attraverso l'Europa dal movimento degli eserciti si manifestò fin dall'autunno 1629 a Briançon, e nei primi mesi del 1630 furono segnalati casi in val Susa ed in val Chisone. A Pinerolo apparve il 14 aprile seminando il caos, data l'inadeguatezza delle conoscenze e delle cure dell'epoca, circa nello stesso periodo si segnalarono casi a Prali e San Germano.
Quelli di Pinerolo ancora sani si recarono in gran numero in val Pellice, zona ancora immune, scatenando anche in quei luoghi l'epidemia. Nell'estate il gran caldo aumentò gli effetti dell'epidemia, i malati non erano più soccorsi, essendo morti tutti i medici che si erano occupati di loro, tra cui il figlio del pastore Gilles, i prodotti della terra non erano raccolti essendo quasi tutti malati o fuggiti.
In agosto i valdesi furono privati di ben sette dei loro pastori rimanendo soltanto più in tre ad ottobre esattamente uno per valle: Gilles, Gros, Barthélemi.
Nell'autunno il contagio si placò, per poi riaccendersi nella primavera 1631, specialmente ad Angrogna che era stata risparmiata l'anno precedente, seminando ancora un gran numero di morti, per poi cessare definitivamente a fine luglio senza che i rimedi empirici, le pratiche strambe, le varie magie e ed esorcismi fossero serviti a limitarne gli effetti.
In val San Martino morirono circa 1500 valdesi e 100 cattolici, in val Perosa 2000 valdesi, a Roccapiatta 150, 6000 in val Pellice di cui 800 a Torre che ebbe 150 famiglie del tutto estinte, 100 i morti fra i cattolici compresi alcuni monaci.
I morti di cui sopra comprende i soli abitanti delle valli, non riguarda un gran numero di stranieri, soldati, vivandieri e altri viandanti che furono sorpresi dal male.
Un quadro della situazione post peste nelle valli è ricostruito con precisione dal frate Teodoro di Belvedere nel 1636 che scrive di 7 famiglie di eretici e 10 di cattoliche rimaste a San Martino, 27 in Prali, 20 in Maniglia, 35 in Salza, 32 in Rodoretto, 30 in Riclaretto tutti eretici, 52 in Faetto più 6 cattolici, 74 a Massello, 43 in Chiabrano, 117 in Bovile, a Traverse 10 eretiche e 8 cattoliche, in Pramollo 100, San Germano 40, Villar 50, Pinasca e Inverso 150 eretiche e 20 cattoliche Perosa è terra tutta di cattolici.
Per circa 791 famiglie che falcidiate dalla peste non contano più di 5 teste a famiglia per un totale di circa 4000 anime.
Vi furono conseguenze naturalmente anche nel campo economico, specialmente per quanto riguarda le zone abitate tutto l'anno nelle alte valli, con la riduzione della popolazione molti villaggi furono abbandonati diventando abitazioni occasionali per i lavori estivi.
Nel campo ecclesiastico vi fu il rinnovamento quasi completo del corpo pastorale con elementi Francesi e Ginevrini, vennero così introdotti nuovi metodi e nuovi costumi, fu l'abbandono quasi definitivo della lingua italiana nella vita della chiesa, fino a quel momento le valli erano state praticamente bilingui, difatti i salmi cantati nei templi erano in francese ma i pastori predicavano in italiano. L’uso del Francese come lingua ecclesiastica e come lingua madre dei valdesi allargava il solco che già li separava dai loro compatrioti piemontesi.
Come abbiamo visto Pinerolo con la riva sinistra della val Perosa fu ceduto nel 1630 alla Francia, nella restante riva destra e nella val Germanasca, rimasti piemontesi, nacquero così nuovi Comuni tra i quali Inverso Pinasca e Chianaviere.
Dopo un periodo di relativa tranquillità, nel '600 ricominciarono le repressioni, questa volta durissime, "Pasque Piemontesi, o Primavera di sangue" 1655.
(A seconda della religione dello storico scrivente, si usano i due termini sopraccitati. Mentre lo storico sabaudo chiama Pasque Piemontesi gli accadimenti perché il Piemonte aveva da subito adottato il calendario gregoriano (1582), in quanto promulgato dal Papa, nel quale la Pasqua cadeva il 15 aprile 1655, i protestanti ovviamente, in analogia a tutto il movimento protestante europeo, si servivano ancora di quello giuliano, in cui la Pasqua cadeva il 28 marzo, i cantoni Svizzeri adottarono il calendario, tuttora in uso, solo nel 1701, mentre gli anglicani nel 1752).
Il marchese di Pianezza, ministro di Carlo Emanuele II, con i suoi 4000 uomini, mise a dura prova la resistenza dei valdesi, che però trovarono la forza di reagire, animati da Giosuè Javanel, un semplice contadino che divenne capo e anima della guerriglia quando ormai tutto pareva perso. Il 18 agosto 1655, anche grazie all'intervento delle potenze europee protestanti, furono firmate le "Patenti di Grazia" che ristabilivano la situazione a prima delle repressioni del Pianezza. In pratica tutto l'operato del marchese non aveva ottenuto effetto, se si trascura il numero dei morti e la distruzione di interi villaggi. (In una relazione valdese del 1656 è riportata la cifra di 1712 "massacrati dei due sessi").
Naturalmente le relazioni ducali parlano di esagerazioni e di mala fede, ma bisogna anche aggiungere alla lista 148 bambini sottratti ai genitori, con la scusa di essere orfani, e destinati ad essere allevati alla fede cattolica.
Il 18 ottobre 1685 Luigi XIV revoca l'editto di Nantes (Emanato da Enrico IV nel 1598). In tutta la Francia, e quindi anche nella val Pragelato e sul versante sinistro della val Perosa, la revoca vietava il culto riformato, ordinava la demolizione dei templi, esiliava i pastori, vietava ai protestanti di abbandonare il paese. Scomparvero così i templi di Pinasca, Perosa, Villar, i protestanti di questi paesi subirono atroci violenze, l'unica scelta era di abiurare e farsi cattolici.
Nonostante il divieto d'espatrio e la stretta sorveglianza ai confini, molte famiglie della val Chisone continuarono a seguire il culto valdese a San Germano e in valle San Martino, territori piemontesi, altri si trasferirono definitivamente sulla riva destra. Risale probabilmente a quel periodo l'insediamento dei Costantino dei Lageard, dei Griset e dei Maurin.
Il giovane Duca Amedeo II (diciannovenne all'epoca essendo nato nel 1666) cercò dapprima di resistere alle minacce di suo zio Luigi XIV Re Sole, che voleva annientare il protestantesimo, emanando a sua volta un editto (4 novembre 1685) che vietava ai valdesi piemontesi di aiutare i correligionari della val Perosa pena 10 anni di galera. Ciò allo scopo di dar tempo al Ferrero, ambasciatore piemontese a Parigi, di agire per vie diplomatiche come risposta alle sempre più pressanti richieste dell'ambasciatore francese a Torino il D'Arcy, ma poi cedette e il 31 gennaio 1686 emanò a sua volta un editto simile a quello di Nantes, e il 9 aprile un secondo editto nel quale intimava l'emigrazione in massa della popolazione valdese o l'abiura.
Enrico Arnaud, francese nato Embrun ma pastore a Pinasca fino alla revoca dell'Editto di Nantes, fu l'animatore del partito favorevole alla resistenza, infine la sua tesi prevalse e la maggioranza decise di resistere.
Il 21 aprile 1686 avevano inizio in tutto il territorio delle tre valli le operazioni militari; Amedeo di Savoia si recò a Bricherasio da dove diresse personalmente le operazioni. Le truppe ducali, alla diretta dipendenza di Don Gabriele di Savoia zio del Duca, comprendevano otto reggimenti, venti compagnie di guardie e altri reparti regolari per un complessivo di 4529 uomini, cui va aggiunto un numero imprecisato di milizie volontarie, tra cui si distinsero per particolare zelo e ferocia quelle di Mondovì. Le truppe francesi messe a disposizione da Luigi XIV e comandate dal Generale Catinat comprendevano cinque reggimenti di fanteria, tre di cavalleria, e tre di dragoni, complessivamente circa 4000 uomini.
Un totale quindi di quasi 10.000 soldati seguiti da muli, zappatori, guastatori ed inservienti vari, pronti ad un'azione dura e decisa contro i valdesi.
All'alba del 22 aprile una colonna di 1200 uomini agli ordini del colonnello Mélac, passando per il vallone del Selvaggio, giunse a Bovile dove massacrò, incendiò tutto l'esistente. Nel frattempo Catinat, col resto delle truppe, mise a ferro e fuoco Clot di Boulard, proseguì fino a raggiungere Las Arà, qui raggiunto da Mélac che intanto aveva devastato Riclaretto. Dalla val Pellice risalirono il Parella e don Gabriele di Savoia. Con questa manovra a tenaglia la difesa dei Valdesi crollò in pochi giorni. Poi iniziò il sistematico rastrellamento per stanare coloro che si erano rifugiati in grotte o boschi. A fine maggio tutti i valdesi, che non erano morti, erano stati imprigionati nelle carceri piemontesi.
Quali furono le perdite della popolazione valdese? Dai resoconti di parte ducale, circa 1000 erano state le vittime in val Perosa-Sanmartino, mentre 600 in val Pellice, si aggiungano i giustiziati ed impiccati con processi sommari (ogni testa di valdese sorpreso con armi era pagata 43 lire e 10 soldi). Si può calcolare in circa 2000 le vittime della campagna di guerra. Dei cattolizzati a partire dal 31 gennaio, e dei fuggiti in qualche parte del Piemonte, della Francia e della Svizzera, oltre che dei numerosissimi ragazzi e bambini rapiti alle famiglie, il numero totale dovrebbe essere di circa 3000. Se quindi la popolazione valdese delle Valli, prima delle ostilità, era di 13.500 - 14.000 persone circa, bisogna calcolare in circa 8.500 i valdesi superstiti trascinati in 14 carceri Piemontesi. Un piccolo numero, nella val Pellice scampa, i cosiddetti "invincibili", 2 - 300 in tutto, che con improvvisi attacchi saccheggiano e seminano il terrore tra i nuovi occupanti delle loro ex terre.
Alla fine il Duca scende a patti permettendo loro di espatriare in Svizzera con le famiglie liberate.
Tutti i beni dei valdesi furono venduti all'asta, molti acquistati dai cattolici e cattolicizzati del posto, altri da persone provenienti dalla pianura. Non bastava naturalmente confiscare e vendere i beni, ma occorreva anche ripopolare le valli. Alla fine del 1687 gli immigrati in val Perosa erano 1268, mentre nella val Germanasca 1837.
Il 4 giugno 1686 il conte Gilberto di San Martino chiedeva ed otteneva l'affidamento dei beni di tutta la sponda destra del Chisone da Inverso Porte ad Inverso Pinasca.
Il 25 settembre 1686 Vittorio Amedeo II varava le patenti, dove veniva reinstaurata la religione cattolica.
Il 3 gennaio 1687 a causa delle pressioni delle potenze protestanti e per motivi economici, Vittorio Amedeo II aprì ai valdesi le porte delle prigioni consentendo il loro espatrio. Quindi i superstiti, in condizioni pietose, circa 2750, trovarono rifugio in Svizzera. Alla fine del 1686 rimanevano nelle valli solamente cattolici, nuovi coloni e cattolizzati.
Nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1689 un migliaio di valorosi guidati da Enrico Arnaud s'imbarcava a Prangins sul lago Lemano, per tornare in patria ed affrontare le truppe franco - piemontesi è il glorioso rimpatrio, una lunga marcia che dopo duri scontri e gravi perdite si concluderà felicemente.
Il 4 giugno 1690 è una data da ricordare per i nostri antenati, difatti è il giorno che il Duca Amedeo II di Savoia abbandona l'alleanza con la Francia alleandosi con i nemici di quest'ultima. Contemporaneamente emana l'editto che stabiliva la pace con i valdesi. Per i 300 superstiti valdesi, dopo la "Balziglia" sarebbe stato umanamente impossibile resistere ai franco - piemontesi, la svolta permise, oltre alla loro salvezza, anche la fine d'ogni ostilità verso i valdesi e con l'intervento anche finanziario d'Olanda, Inghilterra, Germania e Svizzera il ritorno dei profughi e di numerosi altri protestanti nelle valli valdesi.
Dopo cinque anni d'assenza, sciagure, lutti, i resti del popolo valdese rientravano nelle loro case distrutte, nei campi deserti e devastati, ma la vita poteva ricominciare. Il numero di coloro che non rimpatriarono fu esiguo, Vittorio Amedeo II fu generoso nell'aiutare gli esuli rientrati nelle valli, non tanto per generosità, quanto per mero calcolo, perché gli servivano uomini leali da impegnare sui vari fronti su cui era impegnato.
L'editto del 23 maggio 1694 detto "di ristabilimento" faceva seguito a quello stipulato all'Aja il 20 ottobre 1690 che prevedeva la reintegrazione dei valdesi nello status quo anteriore al 1686; in più si permetteva ai rifugiati francesi di abitare le valli, ma di stabilirvisi definitivamente soltanto a chi fosse uscito per motivi religiosi, e i valdesi della val Pragelato (francese) sarebbero potuti restare nelle valli sabaude solo per 10 anni.
Ai valdesi l'editto garantiva il riacquisto dei loro beni, i nuovi abitanti, che li avevano acquistati dal fisco, erano rimborsati, ma quest'ultimi al ritorno dei vecchi proprietari avevano precipitosamente abbandonato le valli.
L'editto del 1694 provocò fortissime reazioni a Roma, e fu dichiarato nullo da Papa Innocenzo XII, ma il Duca non si fece impressionare e fece contrapporre immediatamente un decreto del Senato torinese che proibiva la pubblicazione della Bolla del Papa.
Ristabiliti nelle Valli sotto il profilo della tolleranza religiosa, occorreva ripristinare per i valdesi tutta la situazione delle proprietà, molto complicata, oltre che dall'esproprio dei nuovi acquirenti del 1686 - 87, dall'enorme quantità di successioni che si erano prodotte per gli immensi vuoti creati dalle persecuzioni. Intere famiglie si erano estinte, i giovani in gran numero erano ancora assenti, la maggior parte dei testamenti non era stata fatta. Si provvide anche a questo problema con un immane lavoro di censimento di tutta la popolazione, d'atti noti, e di revisioni catastali, affrontati a seguito di un ordine ducale del 30 aprile 1697.
La guerra si trascinò col suo seguito di danni e di morti, fino al 1695, interessando soprattutto la val Chisone ed il Pinerolese, fino a che il Duca firmò un armistizio con la Francia il 29 agosto 1696.
Alla firma della pace (Trattato di Ryswick, 1697) Vittorio Amedeo II riacquistò Pinerolo e la riva sinistra del Chisone fino a Perosa, quelle terre erano state abitate dai valdesi poi cacciati con la revoca dell’editto di Nantes, ma il Duca non trattò questi come aveva fatto per quelli della riva destra e della valle S. Martino, ma vendette i territori al Conte Piccon della Perosa.
Richiamandosi a quanto segretamente convenuto con Luigi XIV il 29 agosto 1696, (divieto di contatto tra valdesi delle valli e di Pragelato), il 1° luglio 1698, il Duca emanava un editto il cui spirito e contenuto erano nettamente intolleranti. Esso colpiva in particolare un numero notevole di famiglie provenienti dal territorio francese, tra le quali quella d'Enrico Arnaud perché nato ad Embrun. Il nuovo editto riguardava oltre 3000 persone, che allo scadere del termine (30 agosto) partirono a piccoli gruppi verso la Svizzera per poi emigrare definitivamente in Germania specialmente nel Württemberg dando origine alle colonie attualmente esistenti (Gross-Villar, Klein-Villar, Pinache, Pérouse, Luserne, Bourset, ecc.)
Lo stesso destino toccò ai valdesi della val Pragelato che dopo un breve periodo di tolleranza dovettero espatriare (1730).
Nei decenni seguenti il duca ed i suoi successori furono sovente impegnati in guerre. Molti valdesi, spinti dall'amore per la loro terra, dalla devozione verso i loro sovrani e dalla necessità quotidiana, combatterono in compagnie di milizie ducali con coraggio ed esperienza di guerra alpina al punto che un ufficiale disse di loro: "non si può sapere se i valdesi facciano la guerra per vivere o se vivano per fare la guerra".
Il grave salasso aveva impoverito le valli di notevoli forze materiali e spirituali, essendo partiti anche sette Pastori, i sei rimanenti si occuparono dei 5-6 mila residenti rimasti, e il Duca permise l'arrivo d'otto Pastori dalla Svizzera, il che come abbiamo già visto consolidò l'uso del francese nelle Valli.
A complicare le cose scoppiava di lì a poco la guerra di successione in Spagna, ed il Duca si schierò ancora una volta contro la Francia, e nel corso della quale le nostre valli furono teatro delle operazioni, ed i valdesi tornavano comodo, difatti nell'ottobre del 1703 il Duca chiedeva ai Pastori di formare compagnie, accogliere tutti i francesi rifugiati ed esortarli ad unirsi alle nostre truppe. Una bella faccia tosta il nostro Duca con tutto quello che la coscienza avrebbe dovuto ricordagli circa la sua condotta verso i rifugiati!
Tornò anche E. Arnaud dalla Germania per un paio d'anni a combattere per il Duca e a reggere tra un fatto d'arme e un altro la parrocchia di S. Giovanni.
Gli elementi concernenti la vita economica e sociale nel nostro Comune agli inizi del '700 sono molto scarsi, la situazione non doveva essere molto differente dal secolo precedente. La terra offriva scarsi frutti e la vita doveva essere ben grama, ma stava sopraggiungendo una rivoluzione per i contadini delle nostre valli: l'introduzione della patata e del granoturco.
Il granoturco era già noto in Piemonte prima dell'esilio, e fu probabilmente portato in valle da qualche famiglia cattolica che aveva sostituito i valdesi. Quanto alla patata i valdesi sarebbero addirittura i responsabili della sua introduzione dapprima qui da noi e successivamente nel Wurttemberg, anche se ancora ai tempi napoleonici era considerata un cibo indegno per gli essere umani. Tra i valligiani, la polenta di granturco e la patata furono provvidenziali, per il costante aumento di una popolazione non più decimata dalle persecuzioni o dalle pestilenze, ma obbligata a vivere in una zona limitata e su di un suolo piuttosto ingrato.

LA REPUBBLICA DEL SALE

Nel 1704 i francesi occuparono le valli, e la val San Martino venne a trovarsi in particolare difficoltà poiché i Francesi avevano bloccato ogni accesso alla pianura. Sotto la minaccia delle armi francesi del La Feuillade gli abitanti della val San Martino, d'Inverso Pinasca e delle Chianaviere accettarono il suo protettorato, costituendosi in una Repubblica (3 luglio 1704). I Valdesi chiesero in cambio che fosse garantita la libertà di coscienza in tutto il territorio della Repubblica, che vi mantenesse le truppe necessarie, che fosse fornito il sale a due soldi, la libbra, che i cittadini avessero la libera facoltà di commerciare e che potessero andare e venire nelle terre del Regno di S.M. senza essere molestati. Le condizioni portate ai Francesi furono tutte accettate dal re Sole (25 luglio 1704), perciò fu subito proclamata la "Serenissima Repubblica della Val San Martino, Pomaretto, Inverso Pinasca e Chianaviere" con capitale Perrero; Governatore Gaspare Chiabrando, coadiuvato dai fratelli Giacomo e Filippo Peyrot e Nicola e Matteo Bernard.
Essa era in sostanza soltanto un allargamento della testa di ponte francese al di qua delle Alpi. Intanto i Pastori valdesi della zona se n'erano fuggiti e fu soltanto nel 1708 che i due candidati in teologia Leydet e Malanot si prestarono ai servizi religiosi di quei luoghi.
La Repubblica non ebbe però lunga vita, il 17 agosto 1708 i Francesi dovettero abbandonare il Piemonte e i notabili dovettero recarsi al campo del vittorioso Amedeo II di Savoia, a Mentoulles, per implorare il perdono.
Il Duca accordò le patenti di grazia, tra il sorriso divertito dei presenti, purchè fosse rinnovato il giuramento dell'antica fedeltà (11 settembre 1708.) Si arrabbiarono invece i componenti del Sinodo successivo (23 ottobre 1704) che biasimarono quelle parrocchie per il loro atteggiamento, fecero una solenne rampogna ai candidati Leydet e Malanot, e dichiararono nulli tutti i battesimi impartiti da quei giovani non ancora consacrati pastori.
L'unica condizione però che fu osservato dai francesi durante i quattro anni di vita della Repubblica, fu quella riguardante la fornitura ed il prezzo del sale, per questo nella tradizione locale essa è ricordata come "Repubblica del sale."

Il XVIII SECOLO

Dopo il 1690 non si parlò più per i Valdesi di crociate sterminatrici, ma rimanevano molte leggi restrittive e vessatorie che nessuno si sognò di abrogare.
Intanto con il trattato d'Utrecht al Piemonte fu concesso Pinerolo e la val Pragelato e la Sicilia, poi permutata con la Sardegna, ed il duca V. Amedeo II fu nominato re di Sardegna.
Morto il Duca Vittorio Amedeo II nel 1730, salì alla guida del Ducato di Savoia Carlo Emanuele III (1730-1773) che continuò la politica del suo predecessore, da una parte servendosi degli abitanti delle nostre valli come soldati e dall'altra favorendo i cattolici rispetto ai valdesi.
Data al 1739 la costruzione della chiesa cattolica del Clot, consacrata nel 1741 dal M.R.do Don Bagnis, nativo di Bagni di Vinadio in val Stura, parroco di Fenestrelle, delegato da Sua Ecc. Mons. Gattinara Arcivescovo di Torino, anche se si parla già di una comunità cattolica di Inverso Pinasca in una relazione del Beato Sebastiano Valfrè nell'anno 1687.
L'atto originale di fondazione, o la copia autentica si trova solo nell'archivio diocesano e non in quello parrocchiale che è stato distrutto da un incendio verso il 1750.
Ha per titolare San Francesco di Sales, i confini coincidono con quelli del Comune di Inverso Pinasca.
Ancora il 29 luglio 1740 fu proclamato, dal Senato di Torino, un editto che raccomandava ai giudici di far osservare gli editti proclamati dal 1596 in poi, i quali ad esempio vietavano la costruzione di nuovi templi, il divieto di accompagnare i defunti alla sepoltura in numero superiore di sei persone, il Consiglio Comunale composto di soli cattolici nei Comuni dove la popolazione non era interamente protestante, la facoltà di togliere i figli ai genitori eretici per educarli alla religione cattolica al compimento dei 12 anni se maschi e 10 se femmine. Per quanto riguarda i fatti d'arme che vede interessati i valligiani, soprattutto i valdesi, essi parteciparono, in numero di qualche centinaio, alla battaglia della Madonna dell'Olmo nel 1744 e dell'Assietta 1747.
Verso la metà del 1700 giunsero in valle le prime idee illuministe; come poté un popolo di montanari e agricoltori venire in contatto con simili, idee dato anche che abitavano lontano dai grandi centri di cultura e dalle vie di comunicazione? Bisogna però ricordare essendo la popolazione in maggioranza valdese, per le leggi restrittive del Piemonte, aveva più contatti con la Francia e con Ginevra, da dove provenivano molti pastori, e dove andavano a studiare i giovani più fortunati, od a far le stagioni i contadini che, con il Piemonte.
Tutto questo circolare di nuove idee portò ad aprire le porte alla rivoluzione francese, essa parlava di libertà, ed in valle non esisteva, di uguaglianza e fratellanza, che feudalesimo e persecuzioni non avevano mai contemplato.
Intanto nel 1792 i francesi avevano conquistato la Savoia, allora ancora Piemontese, ed i nostri valligiani erano stati arruolati in 19 compagnie che salirono poi a 25 nel 1793 (circa 1500 uomini, quasi il 10% della popolazione), per difendere il Piemonte dai Francesi. Non ci furono che rari combattimenti nel 1794 e nel 95, finche la campagna di guerra del debole Piemonte si concluse con l'armistizio di Cherasco nel 1796. Quell'anno moriva Vittorio Amedeo III successore di Carlo Emanuele III, e il suo delfino Carlo Emanuele IV nel dicembre 1797 abdicava e fuggiva in Sardegna. Era subito insediato un governo provvisorio e proclamata la repubblica. In tutti i Comuni furono piantati gli alberi della libertà, tra discorsi, danze e manifestazioni di giubilo popolare. La nuova situazione portò, al principio del 1799, all'annessione della neo-repubblica alla Francia, con la divisione del Piemonte in Dipartimenti e Cantoni: nel dipartimento di Eridano erano cantoni Pinerolo e Torre Pellice.
Breve però la gioia dei valligiani, sia per i contributi imposti dai "liberatori" sia per l'avvicinarsi dell'armata austro-russa mentre Napoleone guerreggiava all'ombra delle piramidi in Egitto. I capi repubblicani, tra i quali il valdese Geymet, fuggirono prima a Torre e poi in Francia, mentre Piscina e Carmagnola si rivoltarono alla repubblica guidati dal clero locale, queste rivolte furono represse nel sangue con l'intervento dei valligiani in prevalenza valdesi, comandati dal giacobino Marauda. Agli inizi del 1800, approfittando dell'assenza di Napoleone, un centinaio di cosacchi arrivò fino a Torre Pellice al comando del generalissimo russo Suvarow stanziato a Torino; come giustificare allora le stragi appena svolte, gli alberi della libertà piantati ed addirittura un valdese presidente dell'Amministrazione Generale Repubblicana?
Il 28 maggio 1800 si riunirono tutte le municipalità delle valli, e delegarono tre persone: il cattolico Plochiù, ed i valdesi Appia e Peyrot a trattare con il generale. Essendo egli un ortodosso vedeva con una certa simpatia i "ribelli" valdesi, e concesse il perdono generale, a patto di firmare un atto di sottomissione al Re di Sardegna, che naturalmente essi sottoscrissero senza fiatare.
Le valli furono così salve, ma le amministrazioni comunali dovettero tornare quelle di prima del 1799.
Fu una parentesi molto breve. Il 14 giugno 1800 Napoleone, ritornato dall'Egitto, sbaragliò gli Austro-Russi a Marengo. Naturalmente tornarono ad essere ripiantati gli alberi della libertà e rifatti i consueti discorsi celebrativi.
L'otto aprile del 1801, giorno di Pasqua, la parrocchia di Inverso Pinasca fu soppressa, unita a quella di Perosa Argentina e ristabilita il giorno di Pentecoste 2 giugno 1816. In questo periodo i Battesimi, le Comunioni, le Cresime, i Matrimoni avvenivano nella parrocchia di Perosa Argentina, quindi i dati sono registrati nell'archivio della stessa.
Fino al 1804 il nostro Comune fece parte della Repubblica francese, dal 1804 al 1814 dell'impero napoleonico. Nel nostro archivio storico i documenti del periodo sono scritti in francese ed i mesi sono indicati coi nomi dati dai repubblicani francesi: nevaio, fiorile, messidoro, vendemmiaio, ecc.
Nel pomeriggio del 2 aprile 1808 vi fu un improvviso soffio di vento, seguì una forte scossa che danneggiò molte abitazioni creando spavento ma nessuna vittima; verso le 21 un boato spaventoso precedette la seconda scossa, più disastrosa della prima, ma la popolazione era tutta fuori delle abitazioni. Le scosse proseguirono circa forti per alcuni mesi, fino a raggiungere, secondo un cronista dell'epoca, le 15.000 scosse. I danni più ingenti furono provocati dalle prime due scosse, con epicentro a S. Germano ed a Luserna. Napoleone alla notizia inviò subito 500.000 lire, denaro distribuito dai Comuni, tra le consuete critiche e sospetti.

CHARLES BECKWITH

Charles Beckwith (1789 - 1862) ebbe molta importanza nelle nostre valli, come abbiamo visto nell'articolo del Durand sul francese nella zona, egli contribuì in modo decisivo all'emancipazione dei valligiani, facendone un popolo in grado di leggere e scrivere, i valdesi, e spingendo le autorità cattoliche a muoversi per non perdere consenso, anzi cercando di far convertire, senza gran successo, molti valdesi.
Prima di occuparci del colonnello anglicano, bisogna conoscere i motivi per cui Beckwith venne tra i valdesi: la situazione dei nostri progenitori dopo la restaurazione, era a dir poco tragica, difatti l'editto del 21 maggio 1814 per opera del re di Sardegna Vittorio Emanuele I cassava tutto quanto era stato istituito a partire dal 1798, compreso anche il trattamento economico ai pastori valdesi, e la perdita di tutti i beni acquistati durante il periodo della Repubblica e poi dell'Impero.
Si deve all'ambasciatore della protestante Prussia, il conte Waldburg-Truchsess, se nel 1816 fu concessa una sanatoria a valdesi ed ebrei sul possesso di tali beni e fu concessa la facoltà di esercitare professioni come il notaio, il chirurgo, lo speziale, l'architetto ed il geometra.
Restava comunque la questione del mantenimento dei pastori, e nel 1818 il pastore di Pramollo Ferdinando Peyran scriveva alla S.P.C.K. (Society for Promoting Cristian Knowledge) al maresciallo Wellington amico dei valdesi, questa lettera giungeva nelle mani del reverendo Stefhen Gilly (1789 - 1855) che nel 1823 giungeva nelle nostre valli.
Impietosito dalla situazione dei valligiani si propose di far conoscere agli inglesi quanto aveva visto e studiato. Il grosso volume che pubblicò nel 1824 di oltre 500 pagine ed intitolato "Narrazione di un viaggio nelle montagne del Piemonte e ricerche sui valdesi" fu ripubblicato tre volte a dimostrazione dell'interesse che esso aveva destato nel pubblico inglese. Questo volume molto probabilmente cadde nelle mani del Beckwith quando questi si recò a trovare il duca di Wellington suo generale durante le guerre contro Napoleone.
Il nostro aveva perso una gamba nella battaglia di Waterloo; dovendo abbandonare la carriera militare, si era dedicato alla filantropia. Giunto nelle nostre valli una prima volta nel 1827, egli vi ritornò regolarmente ogni anno fino al 1834 quando vi si stabilì definitivamente, prima a S. Giovanni poi a Torre. Beckwith si adoperò principalmente a riorganizzare la scuola elementare, ritenendo che per diffondere il "verbo" occorreva che il popolo fosse in grado di leggere la Bibbia. Istituì quindi le scuole di borgata, cosiddette "scuole Beckwith" o "Università delle capre" come preferiva chiamarle lui.
Si dedicò all'edilizia, costruendo e riparando in ogni parrocchia ed in ogni quartiere e borgata le scuolette, che molte volte trovavano sede in locali di fortuna od in stalle.
Logicamente egli provocava l'intervento dei Comuni o dei quartieri, assumendosi una parte degli oneri, e sorvegliando egli stesso i lavori. Nel 1848 le scuole delle valli erano salite a 169 con 4779 alunni su di una popolazione di circa 20.000 persone. Inutile osservare che l'insegnamento, in tempi in cui lo stato non se n'occupava, era del tutto confessionale ed in funzione della vita della chiesa.
Parimenti si devono alla sua attività, ed a quella del suo amico Gilly, la nascita e la cura della prima scuola Latina di Pomaretto.

L'EMANCIPAZIONE: 17 FEBBRAIO 1848

La condizione di inferiorità civile in cui si trovavano i valdesi, cittadini di seconda categoria assieme agli ebrei, per via della discriminazione confessionale, doveva finalmente trovare il suo epilogo nell'anno delle costituzioni e rivoluzioni europee: il 1848.
L'opinione pubblica aveva ormai acquisito tanto peso da poter premere sulle istituzioni e sui governi, tanto da indurli a concessioni o riconoscimenti fino allora considerati rivoluzionari. Sulla Gazzetta Ufficiale del 24 febbraio fu annunciato che lettere patenti sarebbero state pubblicate datate 17 febbraio 1848; esse dicevano:
I valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici dei nostri sudditi, e frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici. Nulla però è innovato quanto all'esercizio del loro culto ed alle scuole da loro dirette.
La religione cattolica apostolica romana è la sola religione dello Stato; gli altri culti sono tollerati conformemente alle leggi.
La sera del 24 la notizia ufficiale dell'atto di emancipazione, era immediatamente comunicata alle Valli con mezzi di fortuna, non essendoci treni né altre vie di comunicazione, due studenti valdesi partirono da Torino con una carrozza noleggiata portando la lieta novella alla colonia valdese di Pinerolo. Nel cuore della notte, messaggeri volontari da Pinerolo recarono l'annunzio a tutte le comunità della val Chisone e Germanasca. Nelle valli l'entusiasmo fu generale, di sera i monti furono illuminati dai fuochi dei falò che annunciavano la gioia di tutto il popolo che aveva raggiunto la sua libertà.
Alla domenica successiva, il 27 febbraio, si svolse a Torino una gran manifestazione popolare per solennizzare la concessione dello Statuto, cui parteciparono tutte le province piemontesi, discesero anche 600 valdesi, che furono invitati a marciare in testa alle 60 corporazioni su consiglio del ministro D'Azeglio con le parole "per troppo tempo sono stati gli ultimi, è giusto che ora siano i primi".
Essi ebbero dalla popolazione della capitale accoglienze fraterne e commoventi.

LE VALLI VALDESI NEL XIX SECOLO

 

La popolazione delle valli era nel 1848 di 20650 valdesi, meno di 5000 la popolazione cattolica, alla fine del secolo i valdesi erano 21733 mentre i cattolici erano saliti a 10977 anime. In realtà la popolazione era cresciuta notevolmente di più, ma molti erano scesi verso la pianura e le città piemontesi, altri emigrati in Francia e nelle due Americhe, perché la terra non garantiva sussistenza per tutti. L'occupazione principale era l'agricoltura e l'allevamento del bestiame, che fornivano le maggiori risorse, ma insufficienti, poiché metà del grano doveva essere importato. Era diffuso l'allevamento dei bachi da seta, mentre poco diffuso era l'artigianato ed il piccolo commercio, quasi tutto in mano dei cattolici. Per avviare i giovani delle valli al lavoro artigianale, il pastore G. Pietro Meille fondò a Torino nel 1856 l'istituto degli "Artigianelli".
Nella prima metà del secolo si ebbero i primi tentativi industriali, che furono favoriti dalle risorse idriche e dalle materie prime: talco e grafite nella val Germanasca, a S.Germano ed Inverso Pinasca; gneiss lamellare in val Pellice, oltre a marmo, ed altri minerali (Bet e Rocca Bianca). Nella seconda metà del secolo furono impiantate le industrie tessili: Gutermann a Perosa Argentina e Widemann a S. Germano.
Al miglioramento della condizioni di vita contribuì, oltre ai posti di lavoro creati dalle fabbriche e dalle miniere, lo sviluppo dei mezzi di trasporto e di altri servizi pubblici: nel 1854 fu inaugurata la ferrovia Torino Pinerolo, la linea tranviaria Pinerolo - Perosa Argentina, le strade Perosa - Perrero fu allargata e migliorata nel 1889. Il modesto sviluppo industriale ed i nuovi servizi pubblici non poterono però eliminare la povertà di parte della popolazione delle alte valli; in anni di carestia furono necessari aiuti finanziari e doni in natura, furono così create società di mutuo soccorso a Perosa Argentina ed a Villar Perosa, oltre ad ospedali per la cura di anziani e malati cronici: asilo dei vecchi "Umberto e Margherita" a S. Germano 1895 ed il "Cottolengo" a Pinasca.

Tratto da "Pomaretto in Val Perosa" vol I di Guido Baret, da "Storia dei Valdesi/2" di Augusto Armand Hugon, storia dei valdesi di Ernesto Comba e Luigi Santini, "Storia dei Valdesi/3" di Valdo Vinay

LA RESISTENZA

Dopo l'8 settembre anche nella val Chisone, in seguito allo sbandamento dell'esercito, si formarono dei movimenti di resistenza al nemico a cui aderirono reduci, operai, contadini, studenti, che ricuperarono nei presidi fascisti e nelle caserme sui colli, armi e vettovaglie. Il primo gruppo di partigiani prese vita a Sestriere, altri gruppi si formarono successivamente a Inverso Pinasca, Perosa, Pinasca e Roure: queste formazioni daranno vita alla Brigata Val Chisone (poi 1 Divisione Alpina Autonoma Val Chisone suddivisa in due Battaglioni: il Monte Albergian e il Monte Assietta), al comando di Maggiorino Marcellin, che sarà affiancato nel giugno '44 dal tenente di complemento Ettore Serafino. A Perosa si formarono due gruppi: l'uno di studenti guidati da Enrico e Gianni Gay e l'altro di operai, che poi si unirono e assorbirono anche il gruppo di Inverso Pinasca e Pomaretto.

La difesa partigiana prevedeva una linea morbida a Villaretto e un'altra più rigida al Laux. I primi scontri avvennero nella bassa valle: furono soprattutto prese di mira Perosa e Pomaretto per la loro posizione strategica di crocevia con la val Germanasca. Perosa fai presidiata massicciamente dai tedeschi, e i partigiani, nel corso dei due anni di guerra, la attaccarono ripetutamente. Per intimorire la popolazione, la zona venne chiamata con tanto di cartello "Territorio dei banditi", aumentarono i posti di blocco e lungo la linea della tranvia Pinerolo-Perosa furono portati molti ostaggi. Nel mese di maggio iniziarono imponenti rastrellamenti. Dalla fine di maggio del 1944 e per tre mesi, la val Chisone divenne una zona libera, anche se la guerriglia e i tentativi di incursione non cessarono e ogni giorno si moriva. I partigiani, per osteggiare il cammino dei nazifascisti, fecero saltare molti ponti e interi tratti di strada. I tedeschi intensificarono gli sforzi, prepararono un durissimo piano di guerra e ammassarono reparti a Perosa e in val di Susa. Gli scontri avvennero prevalentemente nell'alta valle, finché la zona libera cadde. I partigiani non si arresero, ma ripiegarono in val Troncea e le varie bande si suddivisero in piccoli gruppi verso destinazioni di diverse. Il periodo bellico vero e proprio della val Chisone ebbe così termine. Si susseguirono invece ancora per parecchi mesi massicci rastrellamenti sulle montagne per scovare i partigiani che continuavano a compiere atti di sabotaggio. Parecchi di loro furono catturati e uccisi. L'ultimo inverno di guerra vide le formazioni partigiane ulteriormente frazionare nei villaggi montani. Continuarono i rastrellamenti e le violenze, particolarmente nella bassa valle: altri partigiani caddero, ma costantemente le bande riuscirono a fronteggiare il nemico. Lentamente si avvicinava la primavera, i "ribelli" scesero a valle e si apprestarono a vivere l'ultimo scampolo del conflitto, la fase insurrezionale, che terminerà con la liberazione di tutta la valle il 29 aprile 1945.

Ad Inverso Pinasca a Cotarauta l'11 ottobre del 1944, in una grangia di questa località, Paolo Diena, un giovane ebreo studente in medicina che prestava la sua opera presso l'ospedaletto da campo della val Troncea, con un gruppo di partigiani cadde in un'imboscata tesa da una pattuglia tedesca. Il giovane fu ucciso da una raffica di mitra, gli altri vennero presi prigionieri.

PAOLO DIENA

Paolo DienaPaolo Diena, (nome di battaglia Paolo Sala), è tra le figure più belle della resistenza, salito tra i primi patrioti sulla montagna pinerolese, fece della lotta partigiana un ideale. Laureando in medicina, mise la sua cultura e le sue conoscenze scientifiche a disposizione del movimento partigiano dei luoghi, con senso di umana fraternità. A Laval, all'inizio della Val Troncea, nella vecchia casa parrocchiale, riuscì a costituire un ospedaletto da campo dove venivano ricoverati i feriti più gravi; ospedale era però una parola impropria: in quanto era formato da capanne di rami e fascine di legna tenute insieme, per mancanza di corde, da bende di garza, ricoprendo il "tetto" con uno spesso strato di foglie. Un giorno Remo Raviol fu ferito gravemente all'occhio sinistro da una granata; Paolo, suo amico, lo accompagnò con gli occhi bendati per i sentieri della montagna fino a Torre Pellice per farlo medicare. Compiuta la missione, ritornò in valle e si fermò a Cotarauta ( la borgata più alta del nostro comune ) dove si fermò per la notte in compagnia di un gruppo di partigiani. Al mattino vennero sorpresi da una pattuglia tedesca, Paolo tentò la fuga, ma venne abbattuto da due colpi di Mauser. La notizia della morte di Paolo portò sconforto e commozione nel piccolo ospedale di Laval, il giovane "dottore dai capelli rossi" non era più tra di loro. Oggi suo fratello Giorgio lo ricorda con estrema lucidità, “ Era un giovane di grande umanità, non era salito in Val Chisone per fare la guerra, ( era un obiettore di coscienza ), ma per aiutare e prestare assistenza ai feriti, per questo divenne mitica la sua infermeria; di solito i ricoverati erano 10-12, non solo bisognava tenerli puliti per evitare le infezioni, ma anche pensare a procurarsi il cibo occorrente, difatti sovente Paolo cercava fin nella piana medicine e alimenti.

Ora una lapide lo ricorda nel comune di Inverso Pinasca: Su questi monti / al compimento ormai / di un ultimo atto / di fraterno solidale amore / PAOLO DIENA / combattente della libertà / suggellava / con il dono di se stesso / la luminosa giornata della sua vita terrena
A COTARAUTA 11-10-1944

PARTIGIANI DI INVERSO PINASCA

Gli Inversini che presero parte alla lotta di "liberazione" furono diverse decine, aiutati da valorose staffette, e da gran parte della popolazione di Inverso Pinasca. Elenchiamoli sperando di non aver dimenticato nessuno:

  • VOLA REMO nato Fleccia nel 1925, deceduto in uno scontro con i tedeschi nel vallone della Roussa il 19-07-1944.
  • ROCHON LORENZO nato nel 1908, catturato dai tedeschi a Sestrieres, deceduto nel campo di concentramento di Kahla Thur Weimar in Germania.
  • BARAL ADOLFO nato al Clot nel 1925, ferito e catturato dai tedeschi nel rastrellamento del 26-04-1944 in Val Troncea, deportato in Germania, rientrato a fine guerra.
  • CASTAGNA CESARE nato al Clot nel 1924, Catturato dai tedeschi nel rastrellamento di Cotarauta, ( lo stesso che ha causato la morte di P. Diena ), incarcerato a Saluzzo, liberato per farlo lavorare per essi, ritorna nelle file partigiane.
  • LONG MARCELLO nato alla Faiola nel 1921
  • LONG ALDO nato alla Faiola nel 1925
  • LONG RENZO nato alla Faiola nel 1921
  • LONG GUIDO Faiola nel 1922
  • LAGEARD ARTURO Faiola nel 1925
  • BERTETTO GIORGIO Reynaud nel 1925
  • MOURGLIA UMBERTO Fleccia 1923
  • VOLA FEDERICO Fleccia 1920
  • LAGEARD NINO Fleccia 1927
  • ROSTAGNO MELCHIORRE Serre 1925
  • PONS TEOFILO Bot Pons 1924
  • RIBET SILVIO Peyrot 1923
  • CORDIERO ALDO Palazzotto 1921
  • COSTABEL ERCOLE Vivian 1921
  • COSTABEL RINALDO Vivian 1925
  • PEYRAN REMIGIO Vivian 1925
  • COUCOURDE ENZIO Vivian 1926
  • ROCHON LEONE Loungiagna 1923
  • VENTURI CARLO Grange 1932
  • BEUX REMO Roucassa 1917
  • ROCHON AMEDEO Boschi 1916
  • ROCHON ALDO Boschi 1912
  • BELLE’ ISIDORO Gersau (CH) 1913 residente in Bg. Abbadia
  • POET GIULIO Chianavasso
  • POET RENATO Chianavasso 1925
  • CORVEGLIO FERDINANDO Clot 1915
  • COUCOURDE VALDO Clot 1924
  • BARET ALBERTO Faiola 1912
  • GARDIOL RENATO Rocciateugna partigiano di Tito in Yugoslavia
  • BERTOLIN ALDO Faiola partigiano in centro italia
  • COSTANTINO VALDO Serre delle Vigne

 

In proporzione agli abitanti di Inverso Pinasca il numero dei partigiani è abbastanza elevato, la sorte volle che le vittime fossero limitate, anche grazie alla collaborazione di tutta la popolazione, ed in special modo grazie al coraggio e alla generosità di molte ragazze che si prodigarono sfidando i posti di blocco di tedeschi e repubblichini, per portare notizie sui rastrellamenti, avvisi di ogni genere, vettovagliamento ed indumenti.

  • LAGEARD VIOLA nata a Fleccia nel 1926
  • BARAL ALMA Fleccia 1921
  • BARAL DENISE Fleccia 1925
  • COSTABEL LIVIA Vivian 1923
  • COSTABEL ELSA Vivian 1925
  • COSTABEL ANITA Vivian 1925
  • GENRE CARLOTTA Chianaviere 1918
  • GENRE GIUDITTA Chianaviere
  • CASTAGNA AMILDA Clot 1919
  • CASTAGNA ALDA Clot 1922
  • COUCOURDE VIOLETTA Clot 1923
  • CASTAGNA EMILIA Clot 1927
  • CORDIERO ROSA Palazzotto 1918
  • BEUX ELENA Rucassa 1927
  • MOURGLIA VERA

 

Vi furono anche due caduti civili:

  • BEUX ALBERTINA morta per lo scoppio di una bomba nell'officina RIV di Villar Perosa
  • POET GIULIA caduta nell'officina RIV di Cimena

 

Vogliamo poi ricordare i nostri militari internati in Germania, i quali preferirono patire lunghi mesi di prigionia piuttosto che essere arruolati nelle file dei nazifascisti.

SINDACI DI INVERSO PINASCA

  • 2004 Coucourde dott. Andrea (Turaglio Mauro, Costantino Alberto, Balcet Mara, Galliano Marco)
  • 1999 Coucourde dott. Andrea (Giajero Renato, Turaglio Mauro, Bounous Anna, Monteschio Odino)
  • 1995 Prelato ing. Giovanni (Balcet dott. Mara, Ribet Aldo)
  • 1990 Ribet dott. Erminio (Prelato Giovanni, Giajero Renato, Ribet Aldo, Costabel Iva)
  • 1985 Ribet dott. Erminio (Castagna Cesare, Giajero Renato, Ribet Aldo, Costabel Iva)
  • 1980 Olivero Giovanni (Coucourde Ferruccio, Malatesta Antonio, Ribet Attilio, Sanmartino Franco)
  • 1975 Olivero Andrea (Coucourde Enzo, Bertetto Ruggiero, Rochon Ettore, Vola Federico) Essendo deceduto nel 1979 il Sindaco, gli subentra Coucourde Enzo, con Assessore Coucourde Ferruccio.
  • 1970 Olivero Andrea (Coucourde Enzo, Bertetto Ruggiero, Rochon Ettore)
  • 1964 Olivero Andrea (Coucourde Enzo, Coisson Assely, Bertetto Ruggiero, Giajero Renato)
  • 1960 Olivero Andrea (Coucourde Enzo, Ribet Ernesto, Bertetto Ruggiero, Travers Ettore)
  • 1955 Odasso Ernesto (Baret Paolo) 1950 Odasso Ernesto (Giajero Carlo)
  • 1948 Odasso Ernesto (Baret Paolo)

Nel 1948 viene ricostituito il nostro Comune che per 20 anni, dal 1928, era stato aggregato a Pinasca. Alle prime elezioni del dopo guerra erano stati eletti i seguenti candidati: Odasso Ernesto, Coucourde Gabriele, Bouchard Filiberto, Lageard Lily, Collet Bartolomeo, Ribet Ernesto, Coucourde Teofilo, Chambon Alberto, Castagna Cesare, Baret Paolo, Travers Ettore, Baret Giovan Giacomo, Olivero Andrea, Griset Emanuele e Galliano Silvio.

  • 1926 Alessandro Berutti (Podestà nel 1926 e 1927, quindi aggregazione al Comune di Pinasca.)
  • 1920 Coucourde Michele
  • 1915 Coucourde Bartolomeo
  • 1912 Gardiol Bernardino
  • 1910 Coucourde Michele
  • 1906 Bertetto Umberto
  • 1899 Bertetto Emilio
  • 1895 Gardiol Bernardino
  • 1891 Giustetto Giovanni Francesco
  • 1849 Bertetto Giovanni
  • 1846 Giustet Daniele
  • 1840 Serre Francesco
  • 1835 Laggiard Giovanni
  • 1833 Camin Gioanni
  • 1829 Maurino Michele
  • 1826 Serre Michele
  • 1825 Giustetto Giovanni
  • 1821 Serre Francesco
  • 1819 Coucourde Bartolomeo

Il 1° gennaio 1818 il Comune delle Chianaviere viene annesso al Comune di Inverso Pinasca.

  • 1816 Serre Michele
  • 1814 Griset Giacomo Chianaviere
  • 1814 Masseilot Francesco Inverso Pinasca
  • 1808 Jaier Jaques

In questo periodo il comune di Inverso Pinasca e quello delle Chianaviere fanno parte della Repubblica Francese, per 14 anni (1792 - 1806) la lingua ufficiale è il Francese, i mesi sono quelli del calendario della Rivoluzione Francese...

  • 1802 Maurin Jean
  • 1799 Serre Michele
  • 1796 Masseilot Francesco
  • 1795 Comba Giovanni
  • 1794 Leonard Luigi
  • 1793 Coucourde Bartolomeo
  • 1792 Masseilot Francesco
  • 1790 Bertetto Giovanni
  • 1787 Serre Pietro
  • 1786 Masseilot Francesco
  • 1785 Giaiero Giovanni
  • 1783 Orsello Antonio
  • 1782 Serre Stefano
  • 1781 Coucourda Giovanni
  • 1780 Masseilot Francesco
  • 1779 Giaiero Bernardino
  • 1778 Giaiero Bernardino
  • 1777 Masseilot Giacomo
  • 1776 Serre Stefano
  • 1775 Masseilot Francesco
  • 1773 Ribet Lorenzo
  • 1771 Ribet Michele
  • 1770 Orsello Antonio
  • 1769 Serre Giovan Tommaso
  • 1757 Cap. Giaiero Giovanni
  • 1756 Masseilot Giacomo
  • 1755 Ribetto Gian Michele
  • 1754 Bertetto Giovanni
  • 1753 Masseilot Tommaso
  • 1752 Chambon Tommaso
  • 1751 Chambon Michele
  • 1750 Chambon Michele
  • 1749 Orsello Bernardino

PARROCI DI INVERSO PINASCA

  • Don Adolfo Avaro dal 01-01 1977 ad oggi
  • Don Violante Bianco dal 01-05-1963 al 30-12-1976
  • Don Remo Galliano dal 19-10-1962 al 05-04-1963
  • Don Giuseppe Martina dal 29-09-1935 al 17-10 1962
  • Don Vincenzo Calliero dal 12-03-1919 al 05-08-1935
  • Don Giovanni Maurino dal 21-09 1914 al 10-07-1918
  • Don Giuseppe Gaido dal 04-10-1901 al 27-03-1914

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